Gentullio "Tullio" Campagnolo

Post di Redazione del 4 ottobre 2012 in COMMUNITY NEWS

Tullio Campagnolo nacque a Vicenza il 26 agosto 1901, da Valentino Campagnolo ed Elisa Paiusco. Battezzato Gentullio, venne sempre chiamato con il diminutivo di Tullio.

Cominciata la carriera ciclistica nel 1922 al Veloce Club Vicenza, la sua prima bicicletta fu una Aliprandi, tuttavia non si ricordano al suo attivo grandi imprese ciclistiche, se non la vittoria dell’Astico-Brenta del 1928. Momento topico della sua carriera agonistica non fu una vittoria, bensì un episodio curioso capitatogli l’11 novembre 1927.

Durante il Gran Premio della Vittoria, sulle prime rampe del Croce d’Aune, ebbe la necessità di togliere la ruota posteriore per una foratura. Tuttavia le mani gelate per il freddo e la neve non riuscirono ad aprire i “galletti”, i bulloni che si usavano allora e che avevano delle “ali” per essere stretti ed aperti a mano. La leggenda narra che esclamò “bisogna cambiar qualcossa de drio” (lett.: bisogna cambiare qualcosa dietro).
L’8 febbraio 1930, anno in cui terminò la carriera di corridore, Campagnolo brevettò il “galletto automatico”, ossia lo sgancio rapido che oggi tutti noi usiamo. Usando un perno del mozzo forato, la ruota viene fissata ai forcellini stringendo una levetta che sfrutta il principio dell’eccentrico. Si trattava del primo dei molti brevetti registrati da Tullio Campagnolo.
Nel 1933 nacque la società che porta il suo nome, con sede in Corso Padova, nel centro di Vicenza. La produzione era e rimase per molti anni artigianale (assumerà il suo primo dipendente nel 1940), tuttavia Campagnolo continuò la sua sperimentazione non solo sui mozzi, ma anche sull’elaborazione di un modello di cambio di velocità, che sperimentò sulle biciclette Berga, la cui sede era poco lontano dalla sua bottega.
In quello stesso anno, sfruttando il principio dello sgancio rapido da lui brevettato, nacque il famoso cambio a bacchetta, denominato ufficialmente Cambio Corsa. Nonostante la necessità di pedalare all’indietro per spostare il rapporto da un pignone all’altro, offriva il grande vantaggio di poter funzionare in presenza di fango, dal momento che la catena rimaneva sempre tesa e non si sfruttavano tensionatori, ma solo la lunghezza dei forcellini posteriori.

Il brevetto fu depositato il 4 maggio 1933, l’introduzione dei primi cambi avvenne nel successivo mese di agosto. Nel 1934 venne pubblicizzato addirittura sulla Gazzetta dello Sport.
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Tullio Campagnolo in his Racing Days

The need of racers to remove the wheel and flip it over prompted an Italian racer, Tullio Campagnolo, to invent the quick release hub. After his racing career, Tullio founded the Campagnolo company, whose products exhibited amazing design and finish quality, and are still among the most prestigious bicycle components today.

Simplex made a functional rear derailleur in the 1930s, which was cable operated, and became a standard on road racing bikes. It used two cables, because the internal spring was not strong enough to move the cage in both directions, so one cable moved it one way, and another cable moved it the other way.

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Simplex Derailleur, courtesy of Tony Hadlund

http://www.users.globalnet.co.uk/~hadland/derailleur/

In 1946, Campagnolo made a dual-rod derailleur called the “Cambio Corsa”, which used two levers that moved the chain from chain ring to chain ring, and also moved the wheel axle back and forth to take in the chain slack. Patent figures for the Cambio Corsa are here.

Tullio Campagnolo and the “Cambio Corsa”

The first derailleur that worked by moving the chain with an articulated parallelogram, called a cage, operated by cables, was made by Campagnolo in 1949. That model used two cables.

The first single cable parallelogram derailleur was Campagnolo’s Gran Sport, made in 1951. This derailleur would be recognizable as a modern derailleur, and is very similar to current designs in 2004.

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Il Libro di Casa Editrice Veneta:

Nome: CAMPAGNOLO TULLIO
Categoria: Millenium

Scheda: Tullio Campagnolo – cura di F.M.

Brera narra Campagnolo nell’opera postuma “Il gigante e la lima”, edita dall’azienda in edizione speciale.

Ecco un capitolo del libro.

Vicenza è una delle più belle città del mondo.

Nascere a Vicenza è un privilegio che gli altri non sanno e forse non ammettono. Da più di due millenni esiste questa piccola soave città nella quale si sono stanziati i veneti, gli euganei, i retici misteriosi. Poi sono venuti i cimbri; poi i romani, ai quali volevano sottrarsi i cimbri – con i teutoni – per fare colonia altrove. I romani li hanno duramente sconfitti a Vercelli e costretti a rientrare nella triste condizione di schiavi. Allora si sono ritirati sull’Altopiano, dove parlano cimbro ancora oggi. In riva ai due piccoli fiumi Retrone e Bacchiglione sono rimasti i più saggi, fors’anche i più belli.

Nel 1404 gli oligarchi della città si sono raccomandati a Venezia perché li accogliesse alle dipendenze (nominali) dell’Impero d’Oriente: erano stufi morti di Sacro Romano Impero, studi degli ambiziosi Visconti abduani, che volevano diventare re ed elettori. Morto il grande Gian Galeazzo, al quale doveva aver portato scalogna la moneta già pronta (Johannes Galeatius Vicecomes Rex Italicorum!), vicentini, veronesi, bresciani e bergamaschi avevano cambiato parte. Un giorno i veneziani li avrebbero amaramente fregati, quegli aristocratici fiduciosi, rifiutandosi di iscrivere anche loro nel registro dei patrizi, ma la rabbia e il dispetto avevano indotto i nobili vicentini a vendicarsi nella più sontuosa grandeur. Guido Piovene, che da uno di quei nobili discendeva, ha scritto pari pari dei vicentini che erano sicuramente megalomani: però senza quegli estri vendicativi non sarebbe mai avvenuto che il conte Gian Giorgio Trissino battezzasse Palladio un lapicida di genio a nome Andrea di Pietro. Costui rifaceva i classici con tanta facilità da far pensare che in lui fosse prodigiosamente rinato Vitruvio. Fatto è che Vicenza è rimasta l’urbecula suavis di cui si parlava nel basso impero, e se adesso affermi che è fra le più belle città del mondo, nessuno puù attentarsi ad obbiettare. Io non so con precisione se Tullio Campagnolo abbia visto e capito la sua urbecula natìa. Forse l’aveva incisa nella corteccia cerebrale: forse ne conservava nel sangue la sicura memoria bio-storica: certo è che dei superbi vicentini che hanno costruito la geniale città ha ritrovato bell’è fatto l’orgoglio, l’esaltante certezza di essere vocato a qualcosa di grande. Andrea di Pietro era scalpellino; e di Tullio si dice senza scandalo che era un ragazzo di genio, sicuro di sé, incontentabile, matto per la meccanica. Non era contadino a dispetto del nome, tanto chiaro e onesto. Non fosse stata la guerra, avrebbe potuto studiare a qualsiasi livello, anche universitario. I suoi possedevano quanto bastava ad assicurargli una laurea. Certo è che non aveva altra voglia che di brandire una lima, di fissare un metallo il più possibile fino dentro la morsa, di cavarne qualcosa di immaginoso e di utile. Il fatto che io abbia ricordato il Palladio non è per niente sacrilego. Sia lui sia Tullio hanno molto inventato al cospetto dei loro simili e del buon Dio. Nel Palladio sopravviveva sicuramente un architetto dell’età classica; in Tullio qualche operoso fabbro di quelli che inventarono di tutto, dall’ago al badile, dallo stemma di smalto sullo scudo, detto il pavese, alla corazza di acciaio, dalla spada alla lanza, che è ben più lunga e se tu la punti contro il cavallo che arriva al trotto o al galoppo, invano il cavaliere scafandrato mulina lo spadone: la lanza entra nel ventre del cavallo e il cavaliere viene sbalzato lontano, intronato o tramortito dalla rovinosa caduta e sicuramente impacciato dal peso dello scafandro, dunque fattibile con un temperino da innesti… E qui mi piace ricordare che di sé Tullio diceva: “Rispetta gli impegni. Non abusare di niente. Se prometti mantieni. Non sprecare”.

E certo sentiva dentro questa voce che gli dava l’ebrezza del creatore e del pioniere. Percorrendo vie tradizionali, Tullio è giunto a Milano con idee che milanesi erano per senso pragmatico e originalità di invenzione: ma certo a preso a dirsi cittadino della metropoli lombarda quando nessuno al mondo poteva sognarsi di superarlo nelle invenzioni “sul più umile e annoso” dei moderni utensili domestici, la bicicletta. Era stata un giorno il suo idolo, diventò la sua ossessione. In effetti, da quell’avventurato giorno sul “Croce d’Aune” non ha più avuto pace. Correva sempre dietro alla sua passione, amava trovarsi la vigilia dove si punzonava per le classifiche. Quando la “Nicolò Biondi” di Carpi gli ha offerto qualche vantaggio pratico e un minimo di assistenza, lui ci è andato con Corrado Paratella, suo compagno di sudore e di polvere sulle rampe dell’Altopiano.

Che brividi quando giungevano al Grappa, che freddo lo prendeva all’idea che le anime di mille e mille caduti volitassero ancora nel cielo di quella montagna sacra agli italiani. La sensazione era inquietante. Un vecchio incontrato sullo spiazzo dell’ossario gli mostrò un costone poco più in basso al quale erano giunti gli Alpenjaeger bavaresi dopo l’infausta battaglia di Caporetto. I bavaresi si erano trincerati e bisognava ad ogni costo eliminare quel saliente pericolo. Ne furono incaricati gli alpini, che vi salirono la notte. La mischia fu orribile. Le disperate urla dei feriti all’arma bianca si udivano da lontano. (da “Il gigante e la lima” di Gianni Brera – novembre 1993). Tullio Campagnolo, industriale. Nato a Vicenza il 26 agosto 1901, morto a Monselice il 1 febbraio 1983. A 14 anni frequenta la Scuola di Arti e Mestieri di Vicenza, compiuti questi studi, lavora nella ferramenta del padre, si appassiona allo sport del ciclismo e si iscrive al Veloce Club Vicenza. Nel 1924 arriva 4° al gran premio della Vittoria, scalando in solitaria il passo Croce d’Aune, proprio in tale occasione comprende che si deve provare un sistema per cambiare la velocità della bicicletta senza togliere la ruota. Corse molti altri giri, ma il suo pallino fu sempre quello di inventare un cambio, dopo anni di prove a base di lima e di “onto de gomio” brevetta la sua invenzione l’8 febbraio 1930. In poco tempo e dopo altre migliorie, il “cambio Campagnolo” viene adottato da tutte le più grandi squadre di ciclismo mondiale.

E’ l’inizio di una grande fortuna che lo vedrà protagonista mondiale del ciclismo sia come industriale e come sponsorizzatore di tale sport. I più grandi campioni da Bartali a Coppi, da Gaul a Bahamontes, da Koblet a Bobet, da Anquetil a Nencini sono sempre da lui a raccogliere suggerimenti ed a provare le varie innovazioni del cambio.

Dall’officina del padre allo stabilimento di Porta Padova a quello odierno in zona industriale sono una realtà tangibile della sua grande operosità proseguita oggi dal figlio Valentino.

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