Zanardi: “Londra ha cambiato il modo di vedere lo sport disabile”

Post di Redazione del 11 ottobre 2012 in NEWS

Eletto come atleta simbolo dei Giochi Paralimpici, il bolognese si racconta tra vittorie e delusioni. Come il rifiuto della sua iscrizione alla Maratona di New York: «Scelta incomprensibile»

Oggi in dieci piazze italiane si festeggia per il 7° anno dalla sua creazione la giornata nazionale dello sport paralimpico. Ai Giochi di Londra 2012, Alex Zanardi è diventato il simbolo per eccellenza di questo movimento. Più delle tre straordinarie medaglie (due ori e un argento) nell’handbike, il 45enne bolognese ha mostrato come si può rispondere con il sorriso alla sorte avversa e come ci si rimette in gioco. Un messaggio che ha spopolato in Italia, ma non solo: il Comitato Paralimpico Internazionale, tramite un sondaggio creato sul suo sito, ha eletto il Zanardi quale miglior atleta dei mesi agosto e settembre, bimestre in cui si sono svolti i Giochi Paralimpici. Nonostante ciò, gli organizzatori della Maratona di New York hanno rifiutato la sua iscrizione con una sorprendente motivazione: «va troppo veloce». Tra successi e nuove barriere da abbattere, il bolognese si racconta e ci porta alla scoperta del mondo paralimpico.

Alex, come si diventa l’atleta simbolo delle Paralimpiadi per il pubblico di tutto il mondo?

«Quello che ho fatto prima dei Giochi Olimpici a cui ho partecipato quest’estate è stato fondamentale. Forse, è stato proprio questo che ha colpito la gente: a dispetto di ciò che mi è accaduto, ho rimesso tutto in discussione e ho trovato l’entusiasmo per accogliere una nuova sfida. E l’ho fatto nonostante le difficoltà aggiuntive date anche dalla mia età».

Si aspettava così tanti consensi, non solo dal nostro paese?

«Alla fine il numero dei votanti è ciò che colpisce di più, perché tutte quelle persone non erano lì solo per me e tanti hanno votato per altri atleti. Queste Paralimpiadi hanno colpito in maniera diversa, senza precedenti: prima in Inghilterra e poi in tutto il resto del mondo».

Anche in Italia è scattato qualcosa di diverso?

«Quando un evento sportivo diventa un fenomeno di massa in tutta la nazione, ti incuriosisci e ti chiedi perché tutta quella gente lo segue. Poi, rimanere o meno sintonizzato dipende da quel che trovi nel fissare lo stesso oggetto che stavano guardando gli altri. Il successo inaspettato degli ascolti in Italia significa che non tutte, ma molte di queste gare, sono anche estremamente affascinanti da un punto di vista tecnico».

Per questo ha deciso di lanciarsi nell’handbike?

«Parlo a ragion veduta, perché anch’io per fare queste gare ho lasciato il mondo apparentemente più “dorato” e più esposto delle gare automobilistiche. Ero tornato a correre e ho deciso di smettere per vedere se riuscivo a fare di più nell’handbike. Insomma, sono lusingato se oggi la gente si rende conto che molte di queste gare siano avvincenti , ma io me l’aspettavo. Altrimenti non l’avrei fatto».

Com’è stata la sua prima Paralimpiade dopo tanti anni nel mondo delle corse?

«La felicità non l’ho incontrata da quando mi hanno messo un oro al collo, ma dal primo momento in cui ho deciso di dedicarmi a tempo pieno all’handbike. Man mano che mi avvicinavo al grande risultato, che cambiava da sogno a obiettivo raggiungibile, è diventato tutto più tecnico e meno spirituale. Parlando con amici, già il fatto di partecipare mi rendeva felice. Nei loro occhi vedevo brillare quel pizzico di sana invidia. Quando sono tornato e ho visto che la gente si commuoveva davanti alle medaglie, mi dicevo: “Ti rendi conto che fino a due anni fa lo vedevi come qualcosa di magico ?”. Invece, ho scoperto che il percorso da seguire era simile a quello delle corse».

Che differenze ha trovato tra i due mondi in cui ha vissuto?

«Vincere una gara in macchina e una medaglia alle Olimpiadi ti appaga allo stesso modo, ma quest’ultima dura di più. Sul dizionario di italiano dovresti trovare che non ci sono parole per spiegarla. Anche quando se sei lì per dimenticare l’esperienza vissuta, solo parlarne con gli altri ti fa ritornare l’entusiasmo».

Nel nostro paese lei è diventato un modello da seguire.

«Penso che sia giusto però che ognuno scelga i suoi obiettivi. Va bene quando vedere qualcosa genera ispirazione. Va malissimo, invece, quando diventa mera ambizione. Se ci si innamora di una cosa e si comincia a praticarla, già si è gratificati nel farla. Se poi con l’impegno si riesce bene, si diventa determinati e si scopre di avere un talento, ancora meglio. Ma non sono gli ori olimpici a dare un senso a una passione, senza i quali tutto il resto è tempo perso. Per me almeno non è stato così. Se da Londra non avessi portato a casa nessuna medaglia sarei qui lo stesso a dire quanto è stato bello provarci».

Cosa che non potrà fare alla Maratona di New York. Escluso perché «troppo veloce»: che cosa ne pensa di questa decisione degli organizzatori?

«Non ho parlato con gli organizzatori perché sono abbastanza irraggiungibili, non so nemmeno chi è la persona che potrebbe in qualche modo cambiare le cose. Una decisione del genere ha dimostrato pochissimo interesse per la categoria, perché negare la partecipazione non mi sembra una mossa azzeccata».

Qual è stata la motivazione esatta?

«Hanno detto per motivi di sicurezza, ma è veramente una sciocchezza. Non credo che sia per il rischio di un attacco cardiaco, perché allora dovrebbero vietarla a tutti gli atleti che la corrono di andare sotto alle tre ore. Penso sia legato alla velocità che si può raggiungere in certi tratti, almeno così mi hanno detto, ma nessuno me l’ha confermato. Effettivamente, con le sue discese, la maratona di New York è una maratona più pericolosa di altre. Non solo per me che l’ho vinta lo scorso anno, ma anche per gli altri.

Quindi il problema sarebbe più dell’handbike in generale?

«Di solito si privilegia l’aspetto sportivo, infatti, se c’è un numero chiuso di partecipanti per ragioni organizzative, c’è un tempo limite. Qui hanno fatto l’opposto: chi è più veloce di questa prestazione, non può venire, senza spiegare tanto bene il perché. Una decisione buffa, in particolare quest’anno che è l’anno olimpico. Se fossi stato l’organizzatore, avrei mandato una lettera a casa a tutti i medagliati di Londra in cui gli chiedevo se ci onoravano della loro presenza e magari li avrei anche ospitati pagandogli l’hotel. Sarebbe stato un gesto di grande sensibilità nei confronti di atleti che mettono lo stesso impegno nel prepararsi di campioni più blasonati e celebrati dello sport. Gli organizzatori, invece, non ce l’hanno avuta. Peccato, ci sarei andato volentieri, ma farò altre gare».

Quali sono i complimenti che le hanno fatto più piacere tra i tanti ricevuti per le imprese londinesi?

«Logicamente quelli di mio figlio. L’ho chiamato dopo il 2°oro, lui stava festeggiando il compleanno con gli amici e quando mi ha risposto al telefono, non mi ha nemmeno detto pronto, ma si è messo a intonare l’inno nazionale in coro con gli amici . È stata una cosa che mi ha scaldato il cuore: sapere che mio figlio a 2000 km di distanza mi aveva seguito è stato grandioso. Poi, qualche giorno dopo, ho avuto l’onore di stringere la mano al nostro grandissimo presidente Napolitano, che mi ha citato anche nel suo discorso. Comunque, devo ammettere che a Londra ho sentito tutto il paese che tifava per me. Era come se idealmente ci fossero moltissime persone con me su quell’handbike: forse nel libro dei ricordi è una foto ancora più bella di quella con tutte le medaglie al collo».

Lei, invece, da tifoso continua a seguire la Formula 1…

«Stare a casa a vedere il Gp di Formula 1 per me è la domenica perfetta, se poi la sera c’è anche una gara di Formula Indy diventa una domenica bestiale. Di solito le guardo da solo, perché mio figlio per il momento non è un grande appassionato. Lui non guarda tanta tv, mentre a me piace godermi la domenica da pantofolaio».

U n esempio che seguirà anche Michael Schumacher l’anno prossimo.

«E quello mi spiace perché, a parte alcuni casi, in questa stagione il problema di Michael è stata la macchina».

Che cosa ne pensa, invece dell’esclusione dalle Paralimpiadi di Fabrizio Macchi, poi assolto dal Tribunale Nazionale dello Sport?

«Io e Fabrizio siamo molto amici. Non sono io a dover dire se quello che gli è accaduto è un’ingiustizia o meno, ma visto quanto ha lavorato lui per preparare i Giochi è un fatto molto triste. A livello fisico, siamo sempre sotto esame. Prima di Londra abbiamo effettuato addirittura due controlli a distanza di pochi giorni: uno per la Federazione ciclistica ed uno per il Coni. Va benissimo perché così ci conoscono, ma nel momento in cui qualcuno mostra un sospetto dovrebbero stare vicino e metterci la faccia per vederci più chiaro. Invece, è successo che un semplice sospetto, per altro avanzato da un giornale, ripreso da un procuratore ha portato a un deferimento, equivalente ad un avviso di garanzia. Ciò ha infranto il sogno di un atleta. È stata una cattiveria eccessiva, perchè oltre a perdere i Giochi, i giornali hanno crocifisso Fabrizio parlando di doping, quando in realtà si trattava soltanto di possibili frequentazioni».

Il doping è comunque una piaga presente anche nel mondo paralimpico.

«Sì, ma ce n’è di meno perché mediamente l’età di chi pratica lo sport è più alta. Una persona della mia età che si dopa per vincere una medaglia non avrebbe nessuna scusante al mondo. Se a 45 anni non ho capito che barare mentre gli altri non guardano non porta altro che a un percorso di frustrazione, sono un fallito. Con che coraggio racconti di una medaglia a chi ti dà del fenomeno, sapendo in cuor tuo di aver barato? Per lo stesso motivo oggi rappresento certe aziende e non mi metterei mai in testa un cappello con un logo delle sigarette. A 20 anni l’avrei fatto perché lo faceva Ayrton Senna, il mio campione di riferimento, senza pensare ai valori che c’erano dietro. Oggi, con qualche capello bianco in più, rifletto di più sulle mie scelte. Per lo stesso principio credo che ci sia meno doping nel mondo paralimpico, unitamente al fatto che se vinci una medaglia alle Paralimpiadi, non diventi multimilionario».

Fonte: Alberto Dolfin su lastampa.it/2012/10/11/sport/alex-zanardi-le-paralimpiadi-di-londra-hanno-cambiato-il-modo-di-vedere-lo-sport-disabile-1bmh5dm3qsAGx0CTU8suNO/pagina.html

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